Luogo · Cuore familiare · Salento
Tricase.
Sede del Principato, dal 1651.
Cuore storico della Casa Gallone. Il borgo salentino, col suo Palazzo Principesco e la chiesa madre di San Michele Arcangelo — entrambi opera della famiglia — conserva la memoria architettonica e civile del Principato concesso nel 1651 da Filippo IV a Stefano II Gallone.
La storia di Tricase.
Il monumento principale del borgo è il Palazzo Gallone, residenza dei Principi di Tricase, edificato nel 1661 da Stefano II Gallone, primo Principe di Tricase.
Le scarse fonti storiche non ci dicono come sia sorta Tricase — anticamente «Treccase», poi «Trecase», «Tricasi» o «Tricasium» ed infine «Tricase» — e chi le abbia dato il nome che oggi conosciamo. Mancano documenti attendibili e testimonianze certe per risalire alle primitive vicende, che rimangono ancora neglette, molto nebulose e oscure.
Sulle origini di Tricase si hanno diverse versioni: si racconta che anticamente (tra il X e l'XI secolo) esistessero tre Casali, dall'unione dei quali sembra sia sorto il primo nucleo di abitazioni che poi diede il nome a Tricase. Sulla denominazione di questi tre Casali iniziano le prime divisioni tra gli storici.
La versione Tasselli riteneva si chiamassero Trunco, Monesano e Amito Cuti; la versione Micetti, Menderano, Voluro e S. Nicola; la versione di Girolamo Morciano vuole Tricase edificata dalla distruzione dei tre Casali Abatia, Trunco e Manerano; la versione di Michelangelo d'Elia sosteneva Trunco, Manerano e Voluro, aggiungendo: «lo stemma lo conferma».
Mons. Giuseppe Ruotolo (nel volume Ugento – Leuca – Alessano, Siena, Cantagalli, 1952) propone un'altra etimologia: più che «tre Casali», la parola Tricase deve tradursi inter casas, un paese formato in mezzo a diversi altri Casali — e difatti Tricase è posta tra le sue sei frazioni. L'unione fu consigliata dal bisogno della forza: piccoli, deboli e inermi, i Casali erano spesso invasi e spogliati dai barbari e dalle genti limitrofe.
Secondo la versione micettiana, Demetrio Micetti fu il primo Signore di Tricase: scampato, con altri, alla distruzione di «Leuche» e di altri Casali ad opera dei Saraceni, si rifugiò con le sue genti nella masseria di Menderano. Volle che il primo corpo feudale, tra Tricase e Menderano, si chiamasse dal suo nome San Demetrio, che la Chiesa matrice sorgesse di faccia alla sua casa e che San Demetrio fosse patrono della Terra. Tutto ciò, secondo il Micetti, intorno all'anno 1030.
I successori di Demetrio furono spogliati della Signoria da Carlo I d'Angiò (1226–1285) verso il 1260, forse perché sospettati di aver parteggiato per gli Svevi. Dopo Carlo I il feudo fu tenuto da Carlo II (1248–1309), che sembra lo divise a metà col fedele Nasone de Galerato verso il 1270; passò poi ad Angelo de Cafalia e a Goffredo de Lavena, infine incluso nel Principato di Taranto, cui apparteneva quasi tutta la Terra d'Otranto.
Il 21 settembre 1401 Raimondello Orsini Del Balzo ricevette Tricase in feudo da Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1384 al 1414. Gli successe nel 1406 il figlio Giovanni Antonio (che regnò dal 1446 al 1463), uno dei più potenti baroni del Regno, esteso su Avellinese, Barese, Capitanata e Terra d'Otranto. Nel 1419 il feudo fu acquistato da Baldassarre e Antonello Della Ratta dal potente Giovanni Antonio Orsini Del Balzo.
Nell'estate del 1480 la flotta di Maometto II (1430–1481) si presentò davanti a Otranto: i Turchi penetrarono nella città e in pochi mesi devastarono campagne e cittadine. Tricase concesse rifugio ai profughi della vicina Salete (Depressa), distrutta, e fu poi essa stessa minacciata, con l'incendio della Chiesa Madre. A Raimondello Del Balzo, conte di Castro, toccò nel 1481 una non gradita sorpresa da parte dei Tricasini.
Con la resa di Otranto, finita nel settembre 1481 la guerra contro i Turchi, il conte Raimondo Del Balzo — che aveva militato a Roca con Giulio Antonio Acquaviva, conte di Conversano — pensò di affacciarsi alla sua terra di Tricase, ma ne trovò chiusa la porta: i tricasini non gli permisero di raggiungere le sue case.
Passando dalle grida ai fatti, presero a scagliare sassi contro il conte, costringendolo a rifugiarsi in un luogo detto San Pietro, presso il convento di San Domenico. Nonostante tutto, Tricase — con la contea di Ugento, della quale faceva parte — continuò ad appartenere ai Del Balzo sino al 1530.
Prima di morire, il 25 febbraio 1494, Ferdinando II conobbe l'intenzione di Carlo VIII di Francia di invadere il Regno. Alfonso II abdicò in favore del figlio Ferrandino (Ferdinando II), che riparò in Sicilia e chiese aiuto agli Spagnoli. Quasi tutto il Regno si arrese a Carlo VIII; ma Brindisi, Gallipoli e Tricase non si piegarono, rimanendo fedeli agli Aragonesi.
Negli anni delle lotte tra Spagnoli e Francesi, calati al Sud col Lautrec e alleati dei Veneziani, Lecce aprì le porte ai Francesi, ma Nardò, Castro e Tricase rimasero fedeli agli Imperiali. La fedeltà la pagò cara, con le rappresaglie di Tutino, schierata coi Francesi, che bruciò «molti piedi di olive» ai Tricasini. Sconfitti i Francesi dal Principe d'Orange, Carlo V divenne padrone del Regno: ai Tricasini, che inviarono legati per nuovi privilegi, ordinò di munire le coste salentine di torri costiere per l'avvistamento dei legni nemici.
In seguito al paradossale accordo tra Francesco I e il Sultano dei Turchi, le terre del Salento furono invase dalle orde saracene, che devastarono Salve e Racale. Nel 1537 Tricase avrebbe fatto la stessa fine se non fosse stata salvata dal prode Spinetto Maramonte, che tese un'imboscata a un'ala di Saraceni mentre si accingevano ad assediare il Castello di Tricase. La prontezza e il coraggio del capitano risparmiarono ai Tricasini la triste esperienza dell'occupazione turca del 1480.
Negli anni successivi Tricase passò da Ludovico Benavola di Napoli, che l'aveva acquistata per 4000 ducati, a Pirro Castriota-Scanderberg, nobile famiglia di origine albanese; dai Castriota fu venduta nel 1569 a Federico Pappacoda. Da Cesare Pappacoda, figlio di Federico, la Terra passò nel 1588 a Scipione Santabarbara.
Questi, a sua volta, il 20 dicembre 1588 la rivendette ad Alessandro Gallone, i cui discendenti la possedettero fino all'eversione della feudalità, col titolo di Principato ottenuto a Madrid il 24 marzo 1651 da Filippo IV di Spagna.
Dal 1588 al 1806, fino all'eversione della feudalità, Tricase rimase sempre nelle mani dei principi Gallone. Col barone Alessandro I Gallone iniziò un periodo nuovo e di relativa tranquillità: ebbe il feudo con la giurisdizione delle prime cause e della bagliva (giudizio sui danni ai fondi rustici, elezione di giudici, cancelliere ed esattori), oltre alla giurisdizione criminale sugli abitanti di S. Eufemia, della Diocesi di Otranto.
Nel 1571 Alessandro aveva sposato Donna Camilla Pisanelli, ricordata dal popolo come la prima baronessa di Tricase: fissando qui la sua residenza permise un vasto stato feudale e lo sviluppo della cittadina nella prima metà del XVII secolo. Il titolo principesco fu ottenuto a Madrid il 24 marzo 1651 da Filippo IV di Spagna da Stefano II Gallone.
Agli inizi del XVII secolo Tricase era amministrata da un Sindaco, quattro Consiglieri e un Governatore (della Terra di Tricase e del Casale di Tutino), scelto dal principe tra persone colte e non del luogo, con il compito di amministrare la giustizia. Numerosa era la presenza del clero. Nel 1624 Cesare Gallone, figlio di Alessandro, fece ricostruire la Chiesa di San Michele Arcangelo, dedicata alla Madonna del Foggiaro, che custodiva un San Matteo del Tiziano Veneziano e altri quadri di valore; restaurata nel 1763. Nel 1670 fu eretta la Chiesa di San Domenico.
Si dovette attendere il 1752 per un'adeguata istituzione scolastica; nel 1715 aprì la prima spezieria (farmacia). Furono anni di miseria, carestia ed epidemie, ancor più disastrosi a Tutino, con un accentuarsi della delinquenza: in due soli anni, tra Tricase e Tutino, si ebbero tre condannati a morte. Il bilancio non migliorava i servizi pubblici — scuole, strade, igiene — ma era assorbito dai pagamenti dovuti al Governo.
Una panoramica della Tricase di metà Settecento viene da una relazione di Don Domenico Maroccia, incaricato dal principe di Terrapiena in occasione del matrimonio della figlia col principe di Tricase Giuseppe Domenico Gallone (1704–1766): «Non si creda che Tricase benché havesse il nome di tre case fusse una terra di tre case. Questa è terra grande la quale face da 400 fuoghi; in questa terra vi sono da 600 case. In questa terra non manca niente: carne, pesce, foglie e frutti».
Il Maroccia ricorda 12 cappelle beneficiate; una, a mezzo miglio dal borgo, fatta erigere dal marchese di S. Martino, ricca chiesa a cinque altari sotto il titolo della Madonna di Costantinopoli — chiesa rurale ottagonale sorta nel 1684 a cura dei Gattinara, detta anche «dei Diavoli» o «Nova», secondo la leggenda che la vuole costruita dai diavoli.
Nel marzo 1806 Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone I, divenne Re delle Due Sicilie e pubblicò gli editti sull'abolizione della feudalità: ogni Provincia ebbe Intendenti, sottintendenti, Consigli Provinciali, Comuni e Decurioni, e sparirono le università che dal medioevo avevano sostenuto le libertà civili. Già nel 1801, dopo l'accordo di Firenze tra Ferdinando IV di Borbone e la Repubblica francese, un distaccamento francese si era fermato a Tricase, alloggiato nella casa De Tommasi e nel palazzo principesco.
Nel 1807 si registrarono due attacchi inglesi contro il porto di Tricase: le truppe occuparono la Torre del Porto e la fecero saltare con le mine. Con la caduta di Napoleone, nel 1815, tornarono i Borbone e la restaurazione dei principi italiani; in questo periodo le sette carbonare assursero a grande importanza politica, orientandosi verso le tre correnti del tempo: francese, borbonica e inglese.
Nel 1848, anno di speranze e istanze popolari, il collegio di Tricase elesse Giuseppe Pisanelli, pur residente a Napoli. Nato a Tricase da Michelangelo e Anna Mellone il 23 settembre 1812 e morto a Napoli il 5 aprile 1879, laureato in Giurisprudenza nel 1830, fu patriota, Deputato al Parlamento napoletano (1848), Ministro di Grazia e Giustizia nel governo Garibaldi (1860), giurista insigne e riformatore di codici, esule a Torino, Parigi e Londra, poi Guardasigilli nel ministero Minghetti.
Nella seconda metà dell'Ottocento spiccò Alfredo Codacci-Pisanelli (Firenze 1861 – Roma 1929): pur non nato a Tricase, vi ebbe enorme importanza, eletto dal collegio per ben sette legislature, sempre della Destra liberale; il suo nome è legato alla concessione delle ferrovie salentine. Nel 1902 creò a Tricase il Consorzio Agrario per il Capo di Leuca (A.C.A.I.T.), cooperativa per la coltivazione e lavorazione dei tabacchi levantini.
Il 16 luglio 1922 nacque a Tricase «Il Tallone d'Italia», settimanale per gli interessi dell'estremo Salento, redatto in via Pisanelli e stampato nella tipografia Raeli, di adesione al nascente fascismo e di un liberalismo autonomo. Il 4 novembre 1922 si costituì la sezione del Partito Nazionale Fascista, da una squadra detta «la disperata». Nel febbraio 1926, grazie a Giuseppe Cortese, furono inaugurati gli impianti elettrici, estesi a fine anno a Tutino e S. Eufemia.
Il 15 maggio 1935 Tricase visse uno dei giorni più tragici della sua storia recente: cinque morti e numerosi feriti nella protesta del proletariato contro la decisione del Ministero delle Corporazioni di sopprimere l'Azienda Cooperativa Agricola Industriale del Capo di Leuca, fonte di occupazione per gran parte della popolazione. Dieci anni dopo, la sezione del Partito Socialista Italiano appose una lapide a memoria dei caduti sulla facciata dell'ex Convento dei Domenicani, oggi sede di uffici comunali.
Passaggi feudali.
Sulla mappa.
Galleria
Il borgo, il palazzo, la memoria civile
Video.
Fonti.
- 1 Mons. G. Ruotolo, Ugento – Leuca – Alessano, Siena, Editore Cantagalli, 1952.
- 2 Cronisti locali citati nel racconto: L. Tasselli, G. Micetti, Girolamo Morciano, Michelangelo d'Elia.
- 3 Relazione di Don Domenico Maroccia su Tricase, in occasione del matrimonio del principe Giuseppe Domenico Gallone (1754).